Dalla competitività alla cooperazione. La pace inizia da te.

Giordano Bruno scriveva che natura est deus in rebus:
la natura non è uno scenario muto su cui l’uomo esercita il proprio dominio,
ma il divino nelle cose.
Non un dio lontano, chiuso oltre il cielo, ma una presenza che abita ogni forma, ogni moto, ogni vita.
In quella visione la Terra non è un oggetto. È un «grande anima-le», un corpo animato che respira, genera, si trasforma.
Eppure l’uomo continua a misurare il mondo come un inventario.
Confini, mappe, titoli di proprietà, guerre per un colle, per una valle, per un tratto di costa.
Come se il senso della vita consistesse nel possedere un pezzo di suolo, o nel superarlo l’un l’altro.
La competitività è diventata una teologia minore: chi vince esiste, chi cede scompare.
Giordano Bruno aveva già smentito questa angoscia.
L’universo è uno, infinito, senza centro e senza margine. «Non si magnifica in un solo, ma in diececento mila, dico in infiniti mondi».
Chi combatte per un campo dimentica di abitare un globo che è soltanto uno tra infiniti globi,
e che anche questo globo è vivo.
La contraddizione è antica e resta attuale.
Si sparge sangue per il possesso della terra, mentre la Terra è ferita.
Non da un nemico esterno, ma da un ordine che tratta il vivente come merce e la rivalità come legge.
Guerre per i confini, e intanto desertificazione, mari che si alzano, boschi che spariscono.
Si disputa il quanto di terra, e si ignora il quale terra: (Rileggi per comprendere la frase) ….
un organismo unico, che non appartiene a nessuno perché tutti gli appartengono.
Nello stesso ordine i potenti diventano sempre più ricchi, mentre ci sono popoli senza acqua e senza cibo.
Non è un incidente di percorso. È il segno di un paradigma che ha scambiato l’accumulo per grandezza
e la scarsità altrui per prezzo accettabile.
Un mondo in cui l’abbondanza di pochi convive con la sete di molti non è “imperfetto”.
È squilibrato. E lo squilibrio, prima o poi, si paga: in guerre, in migrazioni forzate, in collasso ecologico, in vuoto interiore.
Qui va detto con chiarezza anche un altro punto, spesso distorto.
La ricchezza del prossimo sta nella sua diversità. Non nella copia di noi, non nell’annullamento di ciò che è.
Ogni popolo, ogni lingua, ogni gesto del sacro e del quotidiano è una forma in cui la vita si è fatta unica.
Giordano Bruno vedeva il divino nelle cose, non in una cosa sola:
la differenza non è un errore da correggere, è il modo in cui l’Uno si manifesta.
Incontrare l’altro senza volerlo dissolvere è già un atto di pace.
Chi teme la diversità teme la vita stessa, perché la vita non si ripete mai due volte uguale.
Ma una cosa è la diversità come incontro.
Altra cosa è lo sciacallaggio dell’immigrazione così come è organizzata oggi.
Non è accoglienza: è predazione. Si riduce l’essere umano a flusso, a manodopera a basso costo,
a cifra da spendere nel dibattito, a merce per trafficanti e per chi trae profitto dal disordine.
Si sradicano persone da terre impoverite
— spesso dalle stesse logiche che concentrano ricchezza e devastano suoli —
e le si getta in un meccanismo che non cura né chi parte né chi accoglie.
Non nasce comunità.
Nasce squilibrio: sfruttamento di chi arriva, tensione in chi vive già lì,
identità ferite da entrambe le parti, e nessuna giustizia vera.
L’equilibrio non è il muro cieco, né il mercato dei corpi.
L’equilibrio è dignità: il diritto di restare nella propria terra quando quella terra è abitabile;
il dovere di non trasformare la miseria altrui in affare;
la possibilità di un incontro che non cancelli chi è ospite e non umili chi è ospitato.
Un ponte non è un corridoio senza regole.
Un ponte ha due sponde, e tiene solo se entrambe restano ferme.
Giordano Bruno diceva che «tutte le cose sono nell’universo,
e l’universo è in tutte le cose: noi in esso, ed esso in noi».
Se questo è vero, ogni guerra per il suolo è una guerra contro se stessi.
Ogni muro alzato per “proteggere il proprio” è un taglio inflitto a un corpo solo
— ma anche ogni uso predatorio dell’altro è un taglio. Il possesso è un’illusione di “centro”.
«Il centro dell’universo è dappertutto, e la circonferenza in nessun luogo».

Nessun popolo sta al centro. Nessuna ricchezza chiude l’infinito.
Nessuna diversità, però, sopravvive se viene trattata come scarto o come bottino.
Per questo il passaggio decisivo non è soltanto ecologico. E’ RADICALE.
È un cambio di paradigma. Dalla competitività alla cooperazione. Dal muro al ponte. Dal possesso all’equilibrio.
Competere sul pianeta come se fosse un bottino,
significa accettare che qualcuno debba perdere perché qualcun altro vinca.
Ma su una Terra viva e finita la vittoria dell’uno è spesso la ferita di tutti.
Cooperare non è ingenuità. È realismo: aria, acqua, clima, semi, mari — e le persone stesse —
non sono oggetti da spostare a piacimento.
È tempo di creare ponti, non muri. I muri dividono ciò che la natura tiene insieme.
I ponti non cancellano le differenze: le rendono attraversabili senza dissolverle.
Un ponte è il contrario del possesso esclusivo e il contrario dello sciacallaggio.
È la scelta di stare tra, di far circolare ciò che nessuno può sequestrare senza impoverire anche sé.
E qui la frase smette di essere solo uno slogan: la pace inizia da te.
Non è soltanto una filosofia. È il primo atto concreto del paradigma che sta arrivando.
Nessun trattato regge se dentro resta la stessa fame di primato.
Nessun “MONDO NUOVO” nasce se portiamo in esso gli stessi gesti: prevalere, accumulare, escludere, usare l’altro.
La pace non è un accordo firmato da altri.
È una disciplina interiore che diventa forma sociale: smettere di vincere contro, imparare a durare con.
Nel mondo che deve venire non può esserci nulla dell’attuale mondo,
se “attuale” significa questo: ricchezza che si concentra e sete che si estende; terre contese e Terra ferita;
competitività elevata a destino; migrazioni ridotte a affare.
Un mondo nuovo non è lo stesso edificio con una facciata più bella.
È un altro equilibrio. Dove il potere non si misura da quanto sottrae, ma da quanto restituisce.
Dove l’acqua e il cibo non sono privilegio, ma misura minima di civiltà.
Dove la diversità è ricchezza e non merce.
Dove la Terra non è bottino, ma vita comune.
Giordano Bruno vedeva nell’universo un’unica vita diffusa in infiniti mondi.

Il compito non è più dividere il suolo.
È custodire il vivente, onorare la differenza, rifiutare ogni sciacallaggio e ritrovare l’equilibrio.
Perché i confini, di fronte all’infinito, sono solo linee tracciate sulla pelle di un anima-le
che sta chiedendo
— da tempo —
di non essere ucciso da chi pretenda di possederlo.
E perché la pace, se non comincia in ciascuno, non comincia da nessuna parte.
Buona riflessione.

In allegato il Programma Mondo Migliore.


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